Profilo di Francesca Vecchioni  titolare di questo B&B


Francesca  Francesca Vecchioni: la mia storia. Chi sono

 

Francesca Vecchioni nasce a Padova nel 1962 dove vive fino all'età di sei anni per trasferirsi poi a Verona con la famiglia e conseguirvi il diploma di maturità classica e la laurea in lingue e letterature straniere alternando la frequenza all'università degli studi di Verona a svariati viaggi di studio e lavoro all'estero.

Appassionata Danzatrice , ha dedicato dieci anni della sua vita all'insegnamento delle lingue di sua competenza e della letteratura inglese e francese nella scuola superiore e media di Verona e provincia.

Immediatamente dopo la laurea e prima di adire ai concorsi per la docenza ha lavorato per un'importante azienda dell'est veronese produttrice di macchine da stampa in flessografia  di cui ha curato l'immagine in qualità di "advertising manager" in Italia e all'estero, organizzandone personalmente la presenza in importanti fiere di settore e su svariate riviste di fama internazionale.

Da sempre innamorata dell'arte, della letteratura e della musica, inesorabilmente attratta dal fascino della creazione artistica , dopo due anni Francesca  lascia l'azienda per seguire undiverso percorso professionale.

Stipula un contratto di collaborazione con una galleria d'arte contemporanea di Verona partecipando a numerose fiere di settore all'estero in qualità di PR, entrando in contatto con alcuni tra i più validi artisti emergenti negli anni ottanta. Lascia successivamente la galleria per l'insegnamento.

Dal 2002 inizia ad alternare la professione di insegnante alla gestione dell'azienda agricola di famiglia "I Costanti", da poco riattata,e poi dell'agriturismo, frequentando tutti i corsi necessari ad ottenere il titolo di imprenditore agricolo professionale e di operatore agrituristico.

Per dedicarsi a tempo pieno all'azienda agricola e agrituristica Francesca Vecchioni decide, nel 2004, non con poco rammarico, di abbandonare definitivamente l'insegnamento. Innamorata della natura, degli animali e dell'arte, accanita lettrice ed appassionata cuoca, si dedica anima e corpo alla promozione della sua nuova attività, rinnovandosi e credendo fermamente nella realizzazione dei suoi obiettivi, obiettivi che realizza con successo.

Attualmente si occupa della gestione a tutto tondo dell'azienda agricola e agrituristica  in formula b&b insieme al marito, appassionato e competente viticoltore.

In azienda Francesca cura personalmente le strategie di marketing, le pubbliche relazioni e l'accoglienza degli ospiti dedicandosi con grande e meticolosa passione allo studio e alla conoscenza del suo territorio veneto.  Si circonda contemporaneamente di bravi collaboratori.

Dal 2007 coltiva un'altra grande passione: scivere  personalmente i testi del suo sito web creato e seguito dallo Studio Viasetti di Brescia.

Dall'estate 2011 ha attivato divertenti fine settimana country, culinari e musicali nella sua cucina, corsi di cucina tipica veneta,  gioioso intrattenimento degli ospiti durante il soggiorno in azienda. Una bellissima occasione per rispolverare le antiche ricette di mamma e nonna anche loro ottime cuoche. Il giorno 15 Luglio 2010 viene a mancare il papà di Francesca a cui è legata in modo profondissimo. Segue un testo scritto dal babbo Roberto, amato e geniale chirurgo, scrittore, poeta e navigatore. Il testo viene pubblicato in omaggio al ricordo del Babbo Roberto. E' da lui che io Francesca ho preso l'amore e la passione per la scrittura.

Grazie Babbo, Chicca

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Omaggio di Francesca al suo amato Babbo Roberto, venuto a mancarle il 15 Luglio 2010

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 Omaggio al Chirurgo Poeta Navigatore Roberto Vecchioni

 

Cari lettori, ospiti, amici,

vi dedico questo itinerario bellissimo scritto da mio padre, grande chirurgo di mondiale fama ma anche espertissimo navigatore marittimo e fluviale, nel 1992, lo stesso anno in cui nacque mia figlia Sofia. Ed è una sorta di preparazione ad una bella gita che ci regalò e che poi facemmo tutti insieme un'estate dopo. Il testo illustra un percorso del tutto unico ed originale attraverso il paesaggio lagunare veneto e Venezia.  Il ritmo di scrittura è volutamente lento poichè riproduce e racconta il lento procedere del piccolo battello attraverso giunchi e barene, mentre gli occhi osservano e le parole raccontano le emozioni, le sensazioni, la storia di quella Venezia minore che pochi conoscono ma che costituisce il vero fascino del suo aspetto più decadente, la sua languida laguna.

Di questa laguna di Venezia selvatica e selvaggia, in cui flora e fauna autoctone sono le protagoniste, mio padre scorse la poesia, la dolcezza, l'incanto e li raccontò in modo semplice. Mio padre è un grande chirurgo scrittore, di  animo dolce e poetico, oltre ogni apparenza ed oltre ogni immaginazione.

Buona lettura. Vi consiglio di fare delle pause....il testo, come il percorso stesso. è lungo e lo si gode solo facendo delle piccole soste, proprio come durante un viaggio.

Sarebbe bellissimo che anche voi riusciste a percorrere questo itinerario all'interno della laguna veneta e di Venezia, su una piccola magica imbarcazione, in un magico week end di maggio.....

Buona lettura, Francesca

 

          "NAVIGANDO IN LAGUNA VENETA: IMMAGINI ED IMPRESSIONI"

Un itinerario per pochi appassionati, per visitare Venezia ed i suoi canali sconosciuti....Un itinerario in laguna veneta solo per specialisti gommonauti

                                   ROBERTO VECCHIONI 

 

            Testo con diapositive dei canali navigabili di Venezia minore

 

Palermo, 1992

 

"Grazie Piero, grazie di questo gentile ed affettuoso invito. Ci consente di parlare di cose che amiamo, dei nostri passatempi, di tutto ciò che, man mano che passano gli anni, ci accorgiamo di amare di più, come la laguna Veneta e Venezia, di cui ora scrivo un personale itinerario.

Io non sono veneto, ma amo questa terra, ove ho passato gli anni più belli della mia gioventù, ove ho incontrato l'Incomparabile Compagna della mia vita, Gabria, la mia Gabria ed  ove sono nati i miei figli, Francesca, Elena e Federico Vecchioni.

 E, del Veneto amo soprattutto le acque. Il mio rapporto con l'acqua è assolutamente particolare: mi concede sensazioni non altrove ottenibili, il muoversi, il mutare,il condurti lontano,almeno nella fantasia,chissà forse ai confini del mondo!....

La laguna di Venezia è mare, ma mare non è....E' laguna....ma è sempre Venezia...

E' mare nella terra e della terra ha i profumi e la sicurezza, la vegetazione a portata di mano, la vita tesa a minor cimento, le albe ed i tramonti.

Navigando non si prova il senso di vittoria sugli elementi ottenuto dopo una traversata in vela d'altura dal Continente alle Bocche di Bonifacio, ma si godono i panorami, il dolce salire e scendere della marea, la vicinanza della gente, degli animali, i segni della vita di oggi e della passata civiltà. La laguna veneta è il vero volto arcaico di Venezia!!

"In principio c'era una laguna lunga, orlata d'incerti lidi, seminata d'isolotti nudi o selvosi, che da Grado scendeva a Ravenna:i "sette mari" di cui fa menzione Plinio."

Le foci dei fiumi, dall'Isonzo giù, giù fino al Po e al Reno, erano gli anteporti delle vicine città di terraferma: Aquileia, Concordia, Oderzo, Altino, Padova, Ravenna.

Sui lidi rotti ed al tempo stesso costipati dalle correnti fluviali, c'era una popolazione di pescatori e di salinari, di piccoli agricoltori e di piccoli naviganti, vagamente soggetti prima a Roma indi a Bisanzio, senz'altra storia che quella di una povera vita travagliata.

E poi c'era il mare.....che ogni giorno saliva, come sale ora, ad allagare e sommergere gli isolotti più bassi, e a rodere le terre più elevate su cui quella dura gente si ostinava a vivere.

Paese in continuo mutamento, dove combattono le forze del mare e della montagna, l'una all'altra avverse: quello che porta lontano la sua onda senza cominciamento, questa che libera dall'alto i suoi fiumi, senza fine.

L'arcipelago del Leone, come alcuni amano chiamare la Laguna Veneta in ricordo dei passati fasti guerrieri, è lì, immobile nel tempo, con su di sè i segni del tempo che è civiltà e decadenza e che resta segnato nelle pietre dei palazzi di Venezia, nelle erose conchiglie delle "barene" lagunari, nei bianchi basamenti di pietra d'Istria, visibili sulle isole abbandonate.

Si dice che " le origini della civiltà lagunare sono note, che acque dei fiumi e del mare separarono stabilmente i profughi dalle vicende della terraferma, che le isole offrirono una nuova, diversa terra sulla quale vivere e lasciare segno di sè.

Venezia giunse per ultima.

La laguna conobbe prima di Venezia altre città  ed altre civiltà che la natura mutevole del luogo consumò fino a far sparire quasi del tutto.

Se i veneziani riuscirono a durare più a lungo fu essenzialmente perchè, al centro della Laguna considerarono forse se stessi, il centro di questo microcosmo e ne ebbero una visione unitaria che permise loro di rendere sufficientemente stabile il rapporto tra acqua e terra.

In questa realtà LAGUNA, mobile distesa d'acqua e di terre, e città, universo di stabili rapporti man mano fissati sulla pietra, essi costituirono un tutt'uno, un "unum" che permise a Venezia di diventare un "unicum".

Terreni coltivati, orti, giardini, peschiere, conventi, monasteri, castelli, fortezze, polveriere, batterie, caserme. Ospizi, lazzaretti, ospedali, depositi, laboratori, fabbriche, casini di caccia, ritrovi per amanti.

Tutto ciò e molto altro ancora visse e si alternò nelle isole della laguna fintanto che la repubblica concepì se stessa essenzialmente come uno " stato da mar".

Quando dell'impero marittimo veneziano rimase soltanto il leone in pietra nelle città dell'Adriatico e dell'Egeo.,quando lo "stato da terra" prevalse sullo "stato da mar", il secolare rapporto con la laguna e con le isole venne deteriorandosi, e la città "di pietra" si separò sempre di più dall'acqua.

Laguna ed isole persero per sempre ogni loro antica funzione, ogni rapporto con una città "non più" centro dell'universo lagunare.

Oggi, nonostante tutto, restano a noi molti segni del passato, alcuni ben conservati, altri in stato di decadenza e di abbandono. Non mi riferisco a Venezia o alle isole maggiori fin troppo note a tutti voi.

Mi riferisco alle isole minori, agli ottagoni di guerra, ai ciuffi di vegetazione che paiono sorgere dall'acqua e nascondono una casa.

Ai canali minori che lontano dal fulgore dei palazzi di Canal Grande della fulgida Venezia si perdono a Nord o a Est delle Barene di Altino o di Lio Piccolo e Grando o nelle valli da pesca a confine col Sile.

Esistono infiniti itinerari lagunari indicati dalle guide turistiche o da associazioni quali il WWF, ma io ne percorro sovente uno "mio" che lambisce la città di Venezia, ma la evita.

Che si può percorrere in un giorno o in una settimana. La barca ha da essere piccola e con poco pescaggio, i canali sono spesso stretti e poco profondi, ma consentono di rivivere il mondo che fu e di apprezzare il presente.

 

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FUSINA è il punto ideale per partire in un week end di Maggio.

Fusina era il punto di partenza più noto per raggiungere Venezia quando non esistevano i ponti stradale e ferroviario di Mestre.

Nel 1500 era il centro di smistamento del servizio postale veneziano verso la terraferma. E' ancora sede di un terminal estivo per il vaporetto e di un ampio posteggio auto.

A Fusina si arriva dal terminal autostradale di Venezia in 5 minuti.

Un'occhiata a Villa Foscari, detta La Malcontenta; questa chiude sul Brenta a 2 miglia dalla Laguna l'itinerario del Burchiello, che da Padova arriva a Fusina.

Poi l'occhio si perde libero.

A sinistra Venezia, a destra Chioggia, di fronte i litorali del Lido e di Pellestrina.

Il canale che lambisce la terra è grande, è il canale dei Petroli, che conduce le navi al porto di Marghera,ma lo si percorre per un breve tratto; staccandosi a sinistra si entra nel canale di Fusina. Si naviga con le bricole a sinistra, Il canale è largo sei-sette metri. La profondità varia con la marea.

Dopo poco sulla destra compare una prima isola, bassa sull'acqua: è San Giorgio in Alga.

In posizione di mezzo fra Venezia e la terraferma l'isola era il punto d'arrivo ed il luogo di sosta per chi veniva dalla Riviera del Brenta diretto a Venezia.

Fin dal Mille ospitava un convento benedettino, aveva una biblioteca di prestigio, che fu distrutta da un incendio nel 1716, ed una bella chiesa.

L'isola ospitò Papa Eugenio quarto e San Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia che qui si ritirò a vita contemplativa.

Oggi non restano che ruderi, tralci di viti selvatiche, un vecchio fico che spadroneggia fra il primo ed il secondo piano di quello che fu un refettorio.

Un doppio arco sorretto da una colonna centrale testimonia ancora l'opera di Giacomo Guardi.

Lasciato S.Giorgio in Alga si devia verso sud.

Il canale si restringe, si fa piccolo, poco profondo.

Si dirige verso un misero pezzo di terra emersa: S.Angelo delle Polveri.

Sul canale di Caotorta l'isola è a sinistra.

E' in abbandono; sembra abitata ma non lo è, è solo utilizzata come deposito di attrezzi da pesca.

L'unico inquilino stabile è un cane che ha fatto propria la terra ove nel 1060 il Doge Domenico Contarini costruì una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo ed un monastero per le suore benedettine.

Nel 1600 l'isola fu adibita a deposito di esplosivi.

Onde il nome. Deposito che un fulmine mandò in aria nel 1689. Ma l'isola tenne la sua funzione di polveriera sotto Austriaci e Francesi. Nei primi anni del 1900 fu lasciata ai rovi ed all'incuria.

I capannoni di quel tempo resistono a testimonianza dell'ottima fattura e di una certa ricerca architettonica.

A terra si respira ancora un'aria militare!!!!!

Dopo S.Angelo delle Polveri il canale prosegue, in piena laguna fende ed attraversa barene emergenti e banchi d'alghe, tortuoso e con frequenti ramificazioni giunge al largo ingresso del porto di Malamocco.

Sulla destra si lasciano piccole isole disabitate, Campana, Podo, Fisolo. Sono tre isole abbandonate; nell'ottocento, durante la dominazione austriaca, ebbero una importante funzione difensiva per Venezia, sia da terra che da mare.

All'interno vecchie costruzioni militari ed intorno una foresta di alghe; l'accesso è sconsigliabile. Solo qualche gitante domenicale vi si avventura, ma presto ne fugge, magari lasciando dietro di sè un incendio doloso fatto per deplorevole divertimento, come successe nel 1956 o peggio ancora i segni di una colazione.

All'ingresso del porto di Malamocco si vedono strane costruzioni, gli "Ottagoni".

Fatti di mattoni, su basi di pietra, gli ottagoni sono così chiamati per la loro forma e costituivano in serie una barriera difensiva. Una volta c'era una lapide su quello di Malamocco ornata del Leone di San Marco, con su la data di costruzione; è stato rubato di recente.

L'ottagono di Poveglia è il più a nord ed è discretamente conservato; verso il Lido si erge l'ottagono "abbandonato" e nell'ansa degli Alberoni fa bella mostra di sè l'ottagono omonimo che è ben tenuto ed abitato da una signora inglese che ne ha fatto un giardino di piante e di fiori.

Di fronte l'ottagono di San Pietro pur esso in abbandono e, verso Chioggia, l'ottagono di Caroman. Oggi non servono più. Sono solo immobili ed anonime testimonianze di un cruento passato; la cura posta nella costruzione ne indica la vecchia funzione. La impossibilità di attracco ne certifica l'utilizzo bellico. La sopravvivenza di una piccola guarnigione sull'ottagono doveva essere veramente difficile! Oggi i pescatori li considerano come piccole utili basi.

Da Malamocco, lasciando Chioggia alle spalle si risale il canale che costeggia il Lido all'interno.

Il paesaggio non è bello, la banchina è usata spesso come cimitero di barche, ma ben presto si profilano in prua alcune perle di laguna.

Sulla sinistra Poveglia e Santo Spirito, sulla destra Lazzaretto Vecchio, S.Lazzaro degli Armeni, S.Servolo.

Nelle isole descritte ci si può fermare, si può anche passare la notte, magari quella della Festa del Redentore. Se c'è luna ed in assenza di vento le luci di Venezia in lontananza, le sagome scure delle isole abbandonate e deserte, i catarifrangenti sulle briccole illuminate dai fari delle barche e le luci di via di queste in movimento, creano un'atmosfera irripetibile. Se si pensa poi che mille anni fa già qualcuno viveva, si muoveva, navigava, le vestigia di allora ci sono ancora più care.

Poveglia è grande, coltivata ed abitata, un'ansa abbraccia il suo Ottagono. La storia inizia nel 1420 quando fu occupata dai fuggiaschi di Padova e di Este che, alla venuta di Pipino, la lasciarono e nel 1809 si ritirarono a Rialto.

Nel 1300 era densamente abitata e coltivata ed i Povegliani goderono a lungo di molti privilegi quali quello di scortare il Doge quando entrava ed usciva dal Bucintoro.

Nel 1790 fu adibita a Lazzaretto; i due canali che l'attraversano rendevano ottimale l'isolamento.

Sin dall'inizio del 1900 rimase attrezzata come isola di quarantena per passeggeri provenienti da piroscafi infetti.

La Chiesa di San Vitale che ospitava un celebre crocifisso ed una tavola di Tiziano fu chiusa nel 1806 e poi distrutta. Il crocifisso è oggi nella chiesa di Malamocco.

Oggi l'isola ha ancora costruzioni ben conservate ed un alto campanile con strane farfalle di pietra.

La vegetazione è lussureggiante ma non curata, tende a sopraffare le poche opere dell'uomo residue.

Un contadino fa quello che può, ma sopravvive felice sull'isola.

 

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Scorgo ora sulla destra Lazzaretto Vecchio e San Lazzaro. Lazzaretto Vecchio è molto prossimo al canale delle "scoasse". L'isola fin dal 1370 fu adibita ad isolamento di malati e nel 1423 quando scoppiò la peste a Venezia conobbe il suo tragico splendore. Vi si attracca con difficoltà. Vecchi magazzini e vecchi edifici adibiti ad uso militare sino a qualche decina di anni fa , sono in abbandono, dominio di cani e gatti tenuti in vita da un premuroso "custode"che coltva in solitario un' isola con un triste passato; aggirarsi tra cortili ed arcate, calpestare vecchie soglie di pietra consunta dall'uso o appoggiarsi a traballanti colonne  conferisce una incontenibile sensazione di pena. L'isola si lascia volentieri, anche perchè poco a Nord si apre un allettante canale che, fra alghe verdi e barene semiemerse, conduce a San Lazzaro degli Armeni.

Isola squadrata con doppio accesso contornato da un bel muro di cinta, tenuta con molta cura, verde, con belle costruzioni, appartiene ad una comunità religiosa ancor oggi presente ed attiva.

Ospita un convento ed una chiesa, edifici in cui si lavora.

Il refettorio, severo, di legno, con quadri di Novelli, un busto di Papa Rezzonico, la "Giustizia" di Gian Battista Tiepolo, la sala dedicata a Lord Byron, che qui meditava studiando l'armeno e mille altre visioni, ricordi, costruzioni, vetrine con oggetti di scavo, denotano cura, vita ed amore per un glorioso passato.

E' un'isola da vedere, i padri armeni sono gentili e disponibili.

 

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Sul canale che va verso Venezia e poi la lascia lambendo il bacino di San Marco si incontrano in ordine San Servolo, Le Grazie, San Clemente, Sacca Sessola.

San Servolo ospita sin dal 1000 monaci e suore. Nel 1700 diviene Ospedale Militare e poi Ospedale per Malattie Mentali.

L'aspetto di oggi è condizionato dalla vecchia funzione. Bella la struttura settecentesca del convento-ospedale e bella la chiesa; molti gli oggetti d'arte conservati.

L'isola è collegata a Venezia ed al Lido ed è sede di varie attività culturali ed artigianali; è bella da vedere ma non evoca sensazioni patricolari. E' un pò anonima.

Le Grazie e San Clemente completano il gruppo delle cosiddette "Isole della Follia"ed assieme a S.Servolo rappresentano un arcipelago che i veneziani usarono e su cui costruirono con dovizia e cura. Chiese, edifici, conventi, chiostri, carissimi a Sansovino, odorosi di pitosfori ricordano il soggiorno di monaci e pellegrini. Non c'è più nella chiesa la bella Madonna lignea che è migrata al Museo di Torcello.

S.Clemente è un'isola semicircolare con costruzioni adibite tutt'ora a manicomio, che ospitò nel 1600 un convento di Camaldolesi.

Bernardo Morosini vi fece costruire una chiesa ben conservata; all'interno i monumenti barocchi dei Morosini. Nel grande edificio, corridoi che non finiscono mai, sulle cui pareti i pazienti hanno "affrescato" le loro pazze idee.

Orti, giardini non ben tenuti, stemmi abbandonati con l'effigie di un malinconico leone.

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Lasciate le Isole della Follia e diretti al porto di Lido per breve tratto si è costretti ad un bagno nella vita di oggi; l'incessante attracco dei vaporetti al Lido, dei taxi ai rifornimenti e al terminal dell'Excelsior sono un brusco risveglio, ma per pochi minuti, perchè dopo neanche un miglio sulla sinistra compaiono le bocche di Forte S. Andrea.

Una sosta a Forte S. Andrea è possibile; in acqua ovviamente ed attraccati ad una bricola. Nel grande canale sfilano grandi navi dirette alle Zattere o alla stazione marittima, talvolta precedute da un pettoruto rimorchiatore con cavo di sicurezza.

Ma la Domenica, accanto a questi mastodonti del mare cui pare stia molto stretto il canale lagunare, sfrecciano innumerevoli piccole imbarcazioni, tope, topette e sandolini; fuoribordo e bragozzi, barche da pesca e da lavoro, che conducono i veneziani a S.Erasmo, un litorale che diventa spiaggia ove centinaia di famiglie passano le giornate fra i giochi dei bimbi e la pesca delle canocce.

Un ammasso di gente, di vita, di consuetudini. Un manifesto di costume  gioioso e irripetibile.

Un grande canale conduce a Lio Grando, confine ovest della laguna ove inizia il canale che conduce a luoghi già troppo noti, Burano, Torcello.

Il canale è basso di sponda, la fanghiglia lo delimita ad est e una bassa vegetazione nasconde una barena che emerge con bassa marea.

Quando soffia forte la bora la navigazione ha da essere attenta, ma non v'è pericolo, basta non lasciarsi sospingere fuori canale sulle secche che stanno alla sinistra.

Burano, Mazzorbo, Mazzorbetto e S.Francesco del Deserto a sinistra, Torcello a destra. I colori di Burano contrastano con la patina grigia della chiesa di Mazzorbo.

Una sosta, una notte passata lungo il canale interno di Burano, una cena di molluschi ed al mattino presto 15 minuti di navigazione in un piccolo rio e siamo a San Francesco del Deserto, che tutti penso conosciate:monastero, cipressi e solitudine.

Di Burano sono fin troppo noti i merletti e gli accesi colori delle piccole case; meno note sono le isole di Mazzorbo unite a Burano da un ponte e di Mazzorbetto separata da un canale.

Mazzorbo, la Masorbum di Marziale, era luogo di soggiorno per i Romani di Altino e per i Veneziani, prima che subentrasse la moda della "villa", la seconda casa sulla terraferma.

L'isola di Mazzorbetto è piena di ortaglie, si conservano solo una serie di case settecentesche ancora abitate e molto ben tenute. Nessuna traccia del monastero delle Benedettine; delle chiese ne rimane solo una, Santa Caterina, con la campana più antica della Laguna veneta datata 1318.

Sul canale che da Burano porta a Venezia si incontrano due piccole isole abbandonate: Madonna del Monte e S.Giacomo in Paludo.

S.Giacomo in paludo è sul canale detto Scomenzera, ha forma quadrangolare, è semi abbandonata. Restano la vecchia "cavana" di ricovero ed una piccola Madonna: qualche anno fa questa fu portata a Mazzorbo e la cavana crollo!...

Questa isola fu prima utilizzata da pescatori di laguna poi, nel periodo delle crociate divenne ospizio per pellegrini ed in seguito, come Madonna del Monte, sede di conventi e foresterie.

Madonna del Monte ha solo scheletri di muri, rovi ed alghe.

Si chiama Madonna del Monte perchè in giornate limpide i monti delle Prealpi si rispecchiano in laguna.

Nel 1300 ci fu un convento di Benedettine e nel 1720 vi fu edificata una chiesa dedicata alla Madonna del Rosario, oggi distrutta.

Prima di lasciare la laguna nord e fare prua sul grande faro di Murano due schizzi di terra neritano ricordo: sono due microisole quasi irraggiungibili perchè i canali sono interrati: Buel Del Lovo e Carbonera.

La prima è situata a 2 km da Mazzorbo ed è stata a lungo adibita a fortino, tant'è che ha anche il nome di Batteria San Marco.

Fino a pochi anni fa ospitava una piccola fabbrica di pesce in scatola. Si vedono ancora vasche e cucine abbandonate. Fin dall'epoca romana a Buel del Lovo esistevano i mulini ad Acqua detti "acquamoli" che sfruttavano i flussi di marea per muovere grosse macine di pietra. Una di dette macine è stata recuperata dall'acqua di recente, una è ancora sotto il fango assieme ad altre pietre romane scanalate ed usate appunto nel vecchio mulino, una terza macina che si può vedere sostiene il puplito della Cattedrale di Torcello.

Il proprietario di Buel del Lovo è un tedesco che non consente a nessuno lo sbarco.

La seconda, Carbonera, è privata e ospita una villa con orti e giardini. Sino al 1900 ospitava una stazione telegrafica della Marina; oggi sembra ai confini del mondo, anzi fuori dal mondo!!

Il tramonto in laguna vissuto a Carbonera conferisce sensazioni uniche.

 Ebbene, cari amici, siamo al termine del nostro itinerario: un grande canale, scavato di recente porta indicazioni chiare Tessera-Aereoporto, una corsa e dopo 15 minuti siamo nella darsena aeroportuale. Qui il 2000 è imperante ed il risveglio è brusco, ma non dispiace.

Si torna alla vita cui siamo avvezzi, alla comodità, ai modelli d'oggi.

Le pietre dei Papi, le rive del sale, gli orti dei Monaci, le valli da pesca, gli Ottagoni di guerra, i capitelli, le Madonne, i crocefissi e i tabernacoli, le alghe, i vecchi pontili, la pietra d'Istria semisommersa, i prati incolti di Poveglia, la solitudine delle Isole della Follia, sono un ricordo; sono un "tutto" che la laguna offre a chi abbia la voglia e la pazienza di goderla senza snaturare i suoi ritmi che sono quelli della andata e della venuta della marea.

La laguna è ambiente, storia, arte e vita; è terra di contrasti in cui l'estremo è vicino all'estremo; è terra in cui possono convivere ricordi struggenti del passato e prorompenti immagini del presente, di un presente di Venezia comunque, per contrasto, affascinante.

La Laguna veneta non è solo Venezia, è molto di più, è sogno, è emozione, è pazienza, è crescita.

Andateci!!